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A sud del centro abitato di un piccolo comune dell’alto Lazio troviamo l’impianto di produzione cementi, incastonato su un terreno gradonato a tre livelli, con altrettante zone ed entrate distinte.
Il cementificio dismesso da pochi anni è abbandonato ed esprime la sua bellezza nella sua imponente costruzione verticale.
Questo impianto mi incuriosiva da tempo e, essendo chiuso da non molto tempo, ho la speranza che conservi ancora macchinari ed ambienti di lavoro.
Entrare sembra difficile, almeno dal cancello principale, per poi scoprire che nella parte più bassa dell’impianto c’è un accesso secondario svogliatamente protetto da una piccola sbarra, e basta passare al suo fianco. Sarà mia premura, come spesso facciamo noi esploratori urbani, non rivelare dove si trovi, per evitare di incentivare il giro di pochi malintenzionati, tra i tanti visitatori semplicemente curiosi.

Sulla sinistra del cementificio dismesso incontro subito un piccolo magazzino in lamiera pieno di ricambi e scatoloni intatti, con addirittura ripiani nuovi ed imballati per le cabine elettriche.
Ma è continuando per altri 200 metri che si apre di fronte a me uno spettacolo incredibile: scavato nel tufo si apre il primo piazzale dello stabilimento e qui trovo un gigantesco molino tubolare a sfere. Immaginate un enorme cilindro di metallo con capacità rotativa, posto orizzontalmente e sorretto alle due estremità da enormi macchinari: stiamo parlando di una lunghezza di 11 metri e di un diametro di 3,40.
Sopra il molino ci sono altri tre piani, all’interno della prima stanza, la più buia, di infiniti nastri trasportatori.
Ho dovuto studiare l’impianto a lungo per capirne il funzionamento: tramogge di dosaggio (piramidi rovesciate che consentono lo scarico dei materiali) forniscono i vari componenti, incluso il clinker, stoccato separatamente. I materiali con i nastri trasportatori vengono portati al molino, e dopo la macinazione tutto viene trasportato meccanicamente tramite un elevatore a tazze.
Da qui separatori dinamici, cioè impianti complessi con circuiti di ventilazione, ed una serie di cicloni, separano le particelle per dimensioni con la forza centrifuga.
E’ poesia, vortici verticali muovono tutto in sospensione verso l’alto: sembra alchimia ma è solo frutto dei componenti del cementificio, oggi dismesso. Anche se, a guardare la complessità di questi tubi e circuiti, la magia si percepisce.

Spostandomi in avanti trovo i sili di stoccaggio, la loro imponenza è disarmante, riesco anche a risalire esternamente. E poi le officine, le cabine elettriche, tutto pieno di materiali e macchinari, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato.
Purtroppo noto la passata incursione di qualche vandalo e ladro, ma lo stabilimento è uno spettacolo incredibile. Sospesa al primo piano troviamo anche un’insaccatrice rotativa, una macchina che provvede al riempimento automatico dei sacchetti: alcuni aspettano ancora lì, appesi, pronti per essere portati altrove.
Incontriamo moltissimi altri macchinari, l’impianto è esplorabile verticalmente per almeno quattro piani, anche se molti solai cominciano a cedere.
Nella parte più estrema c’è il laboratorio chimico, e a fianco due piani di uffici ancora pieni di documenti, poltrone e scrivanie.
L’ultima parte è dedicata agli spogliatoi; gli armadietti conservano molti oggetti personali: profumi, occhiali, qualche fotografia.
Andiamo via con il naso all’insù, contemplando il sole che di sera ancora scalda l’impianto comodamente appoggiato sul costone in tufo.

Se il cementificio dismesso ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di fabbriche abbandonate. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati del Lazio?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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Claudia Bellini

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