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Di tutta questa faccenda, esiste un interessantissimo aspetto storico-sociale, inevitabilmente correlato al traino della ben nota San Patrignano, ed un lato più nascosto, legato allo stato attuale e alle “vibrazioni” che si celano dietro (o meglio, dentro) alle vecchie abitazioni di questo ex paese – comunità.
Ma andiamo per ordine.

Un cancello con le iniziali del progetto, una telecamera puntata dritta sul suo ingresso, spenta. Si presenta così, oggi, il viale d’accesso al nucleo abitativo che ospita l’ex comunità del manifesto Barsoom. Il manifesto era nato alle fine dei ’70 per trovare urgentemente rimedio alle dipendenze da sostanze che erano esplose nel cambio decennio. Dopo il boom, gli italiani avevano iniziato a godere di grandi opportunità economiche; ben presto però mode, movimenti giovanili tra cui quello hippie, e totale ignoranza sul tema avevano portato a sottovalutare quella che divenne presto una piaga sociale. Tra i giovani impazzava una nuova droga, una versione aggiornata di quella che era già stata scoperta a fine ‘800: l’eroina.

Dell’Idromorfone, nato con l’intento di curare la tubercolosi sedandone la tosse compulsiva, fu presto rivelato il principale effetto sedativo-neurologico. Il miglioramento dei sintomi non era dunque legato ad una maggiore prestazione respiratoria; anzi, ne rappresentava piuttosto un effetto collaterale. Per certificare la pericolosità del farmaco ci volle però circa mezzo secolo. In Italia, l’analgesico fu bandito nel ‘51. Troppo tardi. La popolazione ne aveva già testato gli effetti e così, quando iniziò a circolare illegalmente tra i giovani, fu una vera disfatta. Lo stupefacente girava sotto il nome di eroina, dal tedesco “heroisch”, ovvero eroica, qualità attribuita alla molecola alla quale non si attribuivano effetti da assuefazione, al contrario della nota “cugina” morfina.
Fatto bizzarro: l’eroina aveva quasi subito annientato commercialmente il suo simile Idromorfone, complice la scelta del nome infelice di quest’ultimo, in barba al suo effetto cinque volte più potente.

«Espandi la tua coscienza e trova in essa estasi e rivelazione» è ciò che sostenevano alcuni professori di Harvard, nel campo della psicoterapia, a favore dell’uso di alcune sostanze psicotrope a fini riabilitativi. Ancora oggi esistono teorie a riguardo, supportate da ottimi risultati in ambito di ricerca, se somministrate in modalità e ambienti “controllati”. Questo concetto fu sùbito accolto e sbandierato dalla comunità hippie per promuovere l’uso consapevole di allucinogeni e affini, pur prendendo le distanze da eroina e oppioidi, riconoscendone la pericolosità e vietandone l’uso ai raduni.
Purtroppo, in un contesto di generale ignoranza, molte persone non ebbero strumenti sufficienti né per moderare l’uso di psicoattivi né per evitare sostanze più pericolose e caddero presto nel vortice della tossicodipendenza. Senza contare che altre comunità, meno conosciute e assai più disinibite rispetto a quelle dei figli dei fiori, nemmeno provarono a sensibilizzare sul tema. Basti pensare ad alcune sottoculture punk o alla meno nota jazz bepop, di cui l’eroina era una componente utile per apparire più freddi e distaccati, più “fichi”. Il risultato si vide presto tra le strade, popolate non più soltanto da clochard o da alcolizzati, ma da orde di ragazzi sbandati che si erano persi e che vivevano nell’abnegazione totale, nella menzogna, nel nichilismo e nella raccolta spasmodica di denaro per il consumo della dose giornaliera, situazione perfettamente descritta nel romanzo autobiografico “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”.
Il primo decesso ufficiale per overdose, in Italia, fu descritto nel 1973. Da lì in poi, per la stampa, fu un’epidemia.
In questo contesto di disagio si inserì il nostro protagonista, Don Martini, che ancora oggi, alla veneranda età di 85 anni, rimane in prima linea nella lotta contro le dipendenze.

<< Era il 1978 quando avviai il progetto. La curia mi appoggiò subito, come farebbe una buona famiglia. Mi mostrarono un possibile luogo di partenza per la mia “comunità zero”, da cui avrei voluto allargare la mia battaglia. Mi chiamarono al mattino per comunicarmelo, a pranzo ero già lì a visitare il posto ed accettare informalmente. Fu amore a prima vista: si trattava di un antico centro gestito dalle “suore cappellone”, così nominate per il grande copricapo. Sorgeva su una piccola collinetta e faceva parte del più antico nucleo della “Padivarma vecchia”. Radunai volontari e obiettori di coscienza e misi su la prima squadra, con l’appoggio di alcuni funzionari della Provincia. Bisogna immaginarsi che al tempo non esistevano linee guida su come affrontare il problema. Dunque, se da una parte tutto era più snello e veloce da tirar su, dall’altra si “navigava a vista”. Selezionammo un primo gruppo di poveretti “sprofondati nel tunnel”, rifiutati dalle famiglie o senza un posto dove dormire. Tutto, sotto il manifesto Barsoom del Sert, ispirato al mitico personaggio in lotta contro un mostro: nella fattispecie nostra, la chimera delle dipendenze. La comunità, dopo alcuni anni, confluì nel Progetto Uomo e si allargò lentamente attraverso tre sedi periferiche (di cui una mostrata in foto, a Calice) ed una in centro città alla Spezia per l’accoglienza diurna. Sette anni dopo la sua nascita, il progetto si ampliò sfociando in Crescita Comunitaria. Solo il primissimo rifugio padivarmese arrivò ad ospitare la cifra record di ventisei ragazzi.
Inizialmente immaginammo che la strategia migliore fosse occupare lavorativamente questi giovani. Facemmo loro maneggiare la terra, coltivando i terrazzamenti della collinetta. Poi iniziammo a raccogliere vestiti, insegnammo ai nostri ospiti piccoli lavori di manovalanza edilizia e sartoria. Cominciammo persino a stampare una piccola rivista con l’omonimo nome di Barsoom, da distribuire per sensibilizzare sul tema e raccogliere alcune offerte. La comunità mirava ad auto-sostenersi e a riabilitare i suoi inquilini attraverso diverse occupazioni. Perché il lavoro nobilita l’uomo, si sa. Ma ciò non bastava, per i più fragili.

Ci accorgemmo che serviva un metodo educativo. Mi recai io, per primo, al celebre San Patrignano, nato nel nostro stesso anno ma divenuto presto un punto di riferimento nazionale. E capii la potenza di alcuni gesti e parole che seguivano un metodo. Me ne accorsi quando dovetti fare i conti con una nostra ospite famosa a livello nazionale, di cui ovviamente non posso fare il nome. La trovai ubriaca, stesa sul tavolo. Non voleva riferirmi come si fosse procurata ciò che dentro era severamente proibito portare. Continuava a mentirmi e mi chiese perché stessi insistendo tanto per saperlo. Io le dissi, con parole ferme “Non sono io a decidere. Se sceglierai la verità, resterai per combattere con noi. Se mentirai, fuggirai anche da qui.” Scelse di restare e mi confidò che, essendo famosa, aveva trovato chi le portasse gratuitamente in un angolo del muro perimetrale ciò che lei chiedeva.
Per questo, e tanti altri ricordi, fu per me difficilissimo prendere una decisione: gli anni passavano ed i tempi imponevano un grande adeguamento alle nuove normative. Quando ci arrivò il grosso finanziamento di cui avevamo bisogno, la cifra era alta a sufficienza per riuscire a sistemarci in un grande centro di accoglienza, ma non così tanto da bastare per due. Dovetti agire in modo pragmatico e scelsi la fatiscente struttura che ci avevano appena assegnato a Sarzana, quella che sarebbe poi divenuta base de La Missione. Era più grande e meglio predisposta ai lavori di riqualificazione. Abbandonammo Padivarma, nella speranza che qualcuno potesse poi subentrare.>>

Così non è accaduto e il piccolo agglomerato abitativo dell’ex comunità è oggi sempre più fatiscente. Inutilizzato da oltre vent’anni, è scivolato sempre più in decadenza, ma non nell’oblio: molti abitanti del posto ne conservano viva la memoria perché, così come è stato lungo il processo di accettazione verso un progetto simile, altrettanto duro a morire è il loro affetto nei suoi confronti.
<<Mi ricordo come nella zona accadde un furto. Additarono immediatamente i “drogati” come responsabili. L’ufficiale Masala cercò di tranquillizzare la popolazione. Ci diedero fiducia. E dopo qualche mese, si scoprirono i responsabili: erano stati degli insospettabili incensurati. Fu uno dei momenti di svolta.>>
All’ex comunità del Barsoom, nel 2015 e dopo decenni di inutilizzo, è subentrata un’associazione che ha provato con tutte le sue energie a determinarne un ritorno ai fasti. Si chiama “Il Battito del Sole” e la presidente Cinzia Tutti ci ha confidato:

<<Per quattro anni, abbiamo lavorato alla creazione di un villaggio sociale, dove svolgere coi più bisognosi attività di pet therapy, musicarterapia e ortoterapia. Abbiamo riqualificato gli spazi esterni, pulendoli da montagne di rovi e ortiche, ristrutturato l’edicola votiva, allestito piccoli gazebo e predisposto il terreno alla coltivazione. Oggi tutto è ancora in mano al nostro infaticabile volontario Mimmo che si occupa di tenere puliti i terrazzamenti e controllare il perimetro. Ma per le case, che stanno diventando ruderi, non siamo riusciti nel miracolo che speravamo. Ho scritto personalmente una lettera a Roma, incontrato Silvio Berlusconi ad Arcore e provato a contattare la figlia di Trump. C’eravamo vicini. Ma, ahimè, tenteremo ancora. Non ci siamo arresi, ma più passano gli anni, più il processo diviene irreversibile. Occorre agire in fretta per l’ex comunità>>

A tal proposito, per contatti, scrivere a do**************@***il.com

Bene, ma cosa resta oggi del lato umano, o, per provare ad essere più precisi, di quelle che ho definito “vibrazioni” del luogo? Non sono oggetto di interesse pubblico perciò non saranno qui enunciate. Se sei interessato a conoscere questo aspetto, scrivimi a ca****@*****il.it con oggetto “ex comunità Barsoom” e te le racconterò.

BIBLIOGRAFIA:

Val di Vara Un grido, un canto – Paolo De Nevi (1988)

SITOGRAFIA:

Vice: https://www.vice.com/it/article/newv7g/why-drugs-genres-match-mdma-raves-shrooms-psychedelia-rap-lean

CDS: https://www.cittadellaspezia.com/2018/12/16/quarantanni-di-consorzio-cometa-oltre-duecento-operatori-tra-addetti-e-volontari-275312/

Consorzio Cometa: https://www.consorziocometa.org/index.php?option=com_content&view=article&id=34&Itemid=203&lang=it

Se l’ex comunità ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di luoghi fuori dall’ordinario. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati della Liguria?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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