C’era un tempo in cui, come dicono gli anconetani, IN Ancona, la musica aveva una casa, e quella casa si chiamava Barfly.
Un capannone industriale che al calar del buio, si accendeva di luci, suoni e volti.
Il Barfly era molto più di un locale: era un punto d’incontro per chi cercava un’energia diversa, una scena viva, un palco che sapeva trasformare la notte in memoria. La musica che vibra, le persone che si accalcavano davanti agli artisti, l’emozione di scoprire qualcosa di nuovo. Non era solo un locale: è stato un pezzo importante del passato del capoluogo dorico.
Nato prima a Recanati poi trasferitosi ad Ancona negli anni Novanta come club dedicato ai live e alla musica alternativa, il Barfly divenne presto un riferimento per l’intera regione. Lì passarono artisti destinati a riempire stadi, band locali in cerca di spazio, generazioni di ragazzi che ancora oggi ripensandoci ricordano quel luogo. C’erano i venerdì dedicati alla dance e i sabati con concerti che spaziavano dal rock all’hip hop, dal cantautorato ai tributi. Era uno di quei posti dove potevi ascoltare un gruppo emergente e, la settimana dopo, un nome già consacrato.

Il Barfly era un locale pensato per vivere la musica a 360 gradi: un’ampia sala centrale ospitava il palco, illuminato da fari e giochi di luci che cambiavano a seconda del concerto o della serata; attorno, lo spazio per il pubblico era libero, con pedane e gradinate che permettevano di avvicinarsi agli artisti o godersi lo spettacolo da lontano. Lungo le pareti si trovavano il bar e la zona lounge, con tavoli e sedute per chi preferiva un ritmo più tranquillo, mentre il soffitto alto e le pareti in mattoni a vista conferivano un carattere industriale ma accogliente. Piccoli spazi laterali erano dedicati a dj set o eventi più intimi, rendendo il locale versatile e capace di ospitare sia concerti dal vivo che serate danzanti, senza perdere mai l’atmosfera calda e coinvolgente che lo rendeva unico.
Dopo anni di grande affluenza e serate memorabili, arrivarono problemi burocratici, cambi di gestione, e infine la chiusura definitiva, avvenuta intorno al 2009. Da allora, la struttura è rimasta silenziosa.
Nel tempo, più volte si è parlato di una possibile rinascita. C’è chi ha sognato di riaccendere le luci del palco e restituire ad Ancona quel punto di riferimento culturale che le manca. Ma finora, nessun progetto è riuscito a riportarlo davvero in vita. Oggi, del Barfly restano i ricordi, le foto sbiadite, e un nome che ancora circola tra chi ama la musica dal vivo, un simbolo di un’epoca in cui la scena indipendente aveva ancora spazi veri, dove la passione contava più del marketing, e dove ogni concerto diventava una piccola festa collettiva, esso continua a vivere nel racconto di chi lo ha attraversato e nella nostalgia di chi crede che certi luoghi non si debbano dimenticare. Perché certi locali, anche chiusi, continuano a suonare.
Testo: Silvia Sampaolo
Foto: Leonardo Luconi
Se il Barfly ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di discoteche abbandonate. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati delle Marche?
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Sono un appassionato di musica “alternativa”, di conseguenza mi sono recato tantissime volte sia presso la sede recanatese sia presso quella anconetana del Barfly. Sono di Chiaravalle e, dunque, grazie a questo locale, per la prima volta durante quegli anni potei usufruire della possibilità di andare a sentire a pochi passi da casa artisti singoli e gruppi che altrimenti, almeno fino a tutti gli anni ’80, ero stato costretto ad intercettare presso altre sedi, ubicate soprattutto nell’Italia settentrionale e a Roma, che da questo punto di vista, grazie anche al prezioso lavoro di divulgazione svolto da riviste specializzate quali Rockerilla, Mucchio Selvaggio e Buscadero, erano decisamente più privilegiate della nostra regione.
Grazie al Barfly, finalmente, presso la provincia di Ancona e nelle Marche in genere, le stagioni concertistiche non previdero più soltanto i consolidati nomi del desolante panorama italiano, bensì poterono allargarsi fino a comprendere moltissime personalità di spicco dell’universo anglo-americano e non solo; come dimenticare, infatti, i magnifici spettacoli, tenutisi presso il Barfly di Ancona, di personaggi come il musicista d’avanguardia brasiliano Arto Lindsay e la regina del canto africano Angelique Kidjo?
Purtroppo, bisogna riconoscere che, oltre ai tantissimi “pro”, il Barfly era penalizzato da alcuni non trascurabili “contro”. Mi riferisco qui alla maniera di gestire ed organizzare le serate. Infatti, sulla base della più trita mentalità provinciale e per ribadire (magari indirettamente) che la musica pop in questa nazione non è mai stata veramente considerata una forma di cultura, troppo spesso accadeva che le esibizioni sul palco avevano luogo in esatta coincidenza di tempi con quello che potrei definire “il momento del ristoro”. Non si tratta di una questione limitata al Barfly (si usa così anche presso contesti ben più prestigiosi, come il Blue Note di Milano), ma sta di fatto che la musica e i musicisti avevano da soffrire, dato che non pochi avventori intervenivano al solo scopo di bere, cenare e abbandonarsi alla frivolezza delle chiacchierate che non lasciano il segno. Si verificavano certamente occasioni, come quando veniva suonato del robusto e roccioso rock-blues, in cui la musica era in grado di sopravanzare il fastidio provocato dagli astanti ciarlieri e dalla continua movimentazione di posate, bicchieri e bottiglie. Chiunque, peraltro, può facilmente comprendere che durante le serate caratterizzate da proposte più intimiste e di natura cantautorale, nelle quali gli artisti si esibivano con una strumentazione ridotta all’osso o addirittura in solitaria, il frastuono causato dai clienti, che ignoravano volutamente quanto stava accadendo sul palco, faceva sì che il concerto, per noi “musicofili”, risultasse praticamente indigeribile.
A dimostrazione del fatto che la gran parte della programmazione delle due edizioni del Barfly è stata oltremodo gratificante, potrei stilare una lunghissima lista di straordinari eventi concertistici impensabili, appunto, nelle Marche fino solo al decennio precedente. Ma la necessità di essere corretto ed obiettivo mi ha imposto di non limitarmi a passare, diciamo così, a rapido volo d’uccello sugli aspetti negativi del progetto. Credo che, sotto questo profilo, il fondo sia stato toccato durante quella serata, se non mi sbaglio, di Novembre del ’98, in cui il concerto acustico e in solo di Bruce Cockburn (quindi, non esattamente di un nome da poco) fu letteralmente sovrastato dai concomitanti schiamazzi e dalle urla prodotti dagli intervenuti ad una famigerata festa di compleanno, per me indimenticabile nel senso peggiore della parola. A causa dell’atmosfera che si era venuta a creare, lo stesso Cockburn finì per perdere le staffe e, una volta concluso lo show con evidente fatica, se ne fuggì difilato nel backstage, rifiutandosi di rimanere a scambiare le consuete due battute con gli spettatori, come tradizione vuole che sempre succeda, nel caso dei concerti che hanno luogo presso le “locations” più piccole e raccolte. Se non altro, riuscii nell’intento di convincere un accompagnatore dell’artista a fare da intermediario, affinchè Bruce Cockburn, senza però più uscire dal camerino nè mostrarsi al pubblico, accettasse di apporre la propria firma sulla nutrita sporta di copertine di suoi LP e CD che, giudiziosamente, avevo portato con me da casa.
Come detto in precedenza, al Barfly non è stata però solo una questione di spiacevoli disavventure. Avrei piacere che qualcuno mi contattasse, per potergli sottoporre la copiosa lista di grandi eventi “live” di cui ebbi l’enorme fortuna di essere spettatore.