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Sotto un cielo cupo che minaccia pioggia, mi faccio strada tra la vegetazione incolta e finalmente arrivo alla canonica abbandonata. I segni del tempo testimoniano la sua inesorabile decadenza: l’intonaco è scrostato, quel che resta delle persiane pende inerte, sbattuto dal vento, e una parte del tetto è crollata lasciando intravedere le travi marcite e il cielo che incombe. Questa dimora è la casa del prete abbandonata, di un piccolo borgo ligure, un tempo cuore pulsante della vita del paese.

Un prete vi ha trascorso quasi tutta la sua esistenza, vivendo tra preghiere, letture e la malinconica solitudine delle domeniche. Il parroco che era giunto in questo paese nella prima metà degli anni ’50 fu ben presto raggiunto dagli anziani genitori è rimase nella canonica fino al 1998 per poi andare in pensione e spegnersi nel 1999. Ben integrato nel tessuto sociale del paese oltre alle sue funzioni religiose si dilettava in musica, poesia e fotografia non disdegnando, tra una funerale e una messa, di indugiare nei piaceri della buona cucina e nella degustazione dell’ottimo vino locale.

Ha abitato queste stanze fino a tarda età ma poi, un giorno, come accade a tutte le cose terrene, anche il suo tempo si è concluso. E quella porta, trent’anni fa, si è chiusa per l’ultima volta. Rampicanti si insinuano attraverso le fessure del muro, abbracciando la pietra come a volerla reclamare. La natura ha varcato la soglia e, silenziosamente, ha ripreso possesso del luogo. All’interno della canonica abbandonata, ogni cosa è rimasta dov’era, ma è come se il tempo le avesse svuotate della loro funzione, lasciandole inerti, sospese tra essere e non essere. Ogni oggetto è una reliquia: pile di libri ingialliti, rosari spezzati, quadri sbiaditi dai volti severi e dimenticati, un vecchio orologio fermo su un’ora sconosciuta.

La polvere è ovunque, nella canonica abbandonata, come neve antica, e l’aria è densa di una malinconia dolce, vischiosa, che si insinua sotto la pelle. Niente più passi, nessun fruscio di pagine voltate con lentezza. Solo il suono del vento, il gocciolio costante della pioggia che filtra dalle tegole mancanti, e un silenzio denso, quasi tangibile, che avvolge ogni cosa. Le mura, una volta solide, sono diventate fragili, ricoperte da uno strato di muffa e muschio. E in quell’ombra immobile, si ha l’impressione che la casa sia come in attesa del ritorno del parroco.

Attraverso una porticina nel retro, un tempo nascosta da un giardino rigoglioso, si svela un mondo dimenticato. Un’esplosione di oggetti, reliquie di un passato che non vuole morire, ingombra ogni angolo. L’aria è densa, carica di una malinconica dolcezza. La cantina, un tempo un luogo di festa e lavoro, è ora un tempio di silenzio. Botti vuote, torchi arrugginiti, damigiane impolverate, raccontano storie di vendemmie passate. Una scala di legno, storta e traballante, conduce al piano superiore. Ogni gradino cigola sotto il mio peso, protestando. Il corrimano, corroso dal tempo, trema tra le mie dita. Salgo in punta di piedi, come se non volessi disturbare. Al piano superiore, la luce filtra attraverso le crepe del tetto e delle finestre rotte, tracciando lame d’oro e polvere che danzano sospese. Sembra quasi che la casa sogni ancora, intrappolata in un ricordo. Nella stanza del camino, una poltrona sfondata, un tempo culla di sogni e riflessioni, attende ancora il suo padrone. Forse è lì che il vecchio prete, seduto accanto alla finestra, scrutava l’orizzonte, preparando le sue prediche. La cucina racconta un’altra storia: pentole arrugginite, stoviglie crepate, un letto sfatto in un angolo – segno che il sacerdote aveva iniziato a dormire lì, forse quando le scale erano diventate troppo faticose.

Ogni dettaglio narra di una vecchiaia lenta, solitaria, consumata in silenzio. Sui muri, appesi con chiodi che ora cedono, i ritratti ingialliti di santi, papi e volti anonimi osservano con occhi spenti. Sono testimoni silenziosi, guardiani di un tempo che non esiste più. Eppure, nonostante il degrado, la canonica abbandonata conserva un’innegabile bellezza, ha un fascino decadente, un’eleganza ferita che ammalia. Esco in silenzio, senza toccare nulla, ma portando con me un’emozione profonda. Un’immagine, un ricordo, una storia raccontata da un luogo che ha saputo resistere, per un po’ di tempo, all’oblio. Fuori, la pioggia cade più fitta. Mi fermo un momento, voltandomi a guardare ancora quella casa. Un ultimo sguardo verso questa dimora affascinante, testimone di un’epoca che non tornerà più.

Se questa canonica abbandonata ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di case, ville e palazzi abbandonati. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati in Liguria?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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