Colpevoli sono tutti coloro che, per inerzia o calcolo politico, hanno permesso uno spreco di tali proporzioni: un carcere abbandonato al degrado che sorge come un monumento all’inefficienza.
Non stiamo parlando di un rudere ottocentesco fatiscente, ma di una costruzione moderna, progettata con criteri d’avanguardia e completa di ogni dotazione necessaria, rimasta in funzione per una manciata di anni prima di essere dimenticata.

Il silenzio oggi avvolge le camere di pernottamento, spazi che non hanno nulla a che vedere con le celle anguste che siamo abituati a immaginare. Sono stanze ancora arredate di tutto punto, pronte per accogliere i detenuti in ambienti ampi e dignitosi. Passeggiando idealmente tra i corridoi, lo sguardo incontra i cortili deserti, la lavanderia con le sue macchine industriali immobili e gli uffici amministrativi ancora provvisti di mobilio. Tutto è rimasto pressoché integro, cristallizzato in una bolla temporale che pare rifiutarsi di esplodere.
Mentre questa struttura giace nell’oblio, il resto del sistema penitenziario affronta una crisi senza precedenti: altrove le carceri esplodono a causa di un sovraffollamento cronico che calpesta i diritti umani e rende il lavoro degli agenti un inferno quotidiano.
In questo carcere abbandonato al degrado, invece, regna il nulla. È un paradosso inaccettabile: da un lato la disperazione delle carceri sovraffollate, dall’altro il vuoto spettrale di una risorsa inutilizzata.
Ogni giorno che passa, l’incuria e il tempo logorano ciò che è costato centinaia di milioni di Lire.
Quanto ancora dobbiamo sprecare prima di accorgerci che non è questa la soluzione?
Trasformare un carcere lasciato al degrado in una risorsa attiva non è solo una questione di logica economica, ma un dovere morale verso una società che chiede giustizia, efficienza e, soprattutto, dignità.
Testo di: Giusy Sirena
Per vedere la galleria fotografica completa: Il silenzio dei colpevoli
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