Ho varcato per la prima volta la soglia di questa villa abbandonata circa un anno fa. Da allora, ci sono tornata a più riprese, mossa dal desiderio di catturarne dettagli nascosti e sfumature sempre diverse attraverso l’obiettivo. Eppure, durante l’ultima visita, ho preso una decisione definitiva: non ci metterò più piede.
Esplorazione dopo esplorazione, un senso di profonda inquietudine ha continuato a crescere dentro di me, diventando un’ansia insostenibile ogni volta che mi spingevo verso il piano superiore. Situata nella periferia di un piccolo paese del basso Salento, questa villa a due piani è stata, fino agli anni ’70, il fulcro pulsante delle attività agricole e della vita della popolazione circostante. Oggi, superato il cancello arrugginito, l’ingresso mi accoglie mostrando subito la rampa di scale che conduce al piano di sopra; decido però di ignorarla per il momento e di iniziare la mia esplorazione dal piano terra.

Il Piano Terra
Qui si apre una sala da pranzo dominata da un vecchio calendario, rimasto tristemente fermo al 1998. I soffitti sono alti, le pareti sono pervase dal colore grigio che rende l’atmosfera cupa e severa.
Oltrepassando una porta, lo sguardo viene catturato da un dettaglio fisso sulla parete destra: un vecchio telefono a disco grigio, affiancato da una cassetta metallica logorata dagli anni. Questo scorcio fa da preludio a un lungo corridoio d’ingresso, profondo, dove una serie di piccoli quadretti appesi sembra osservare silenziosamente i passi di chi lo attraversa. In fondo al corridoio, una pesante tenda ingiallita scherma il passaggio verso ambienti ancora più in ombra.
Esploro le varie stanze di questa villa abbandonata e in una di esse scopro quello che doveva essere il vecchio ufficio della proprietà: sui tavoli e tra gli scaffali si accumulano polverosi fascicoli ministeriali, libri sull’agricoltura e letture di intrattenimento come il volume di De Sade. Accanto ai libri, spiccano alcune coppe e premi che testimoniano la partecipazione a fiere avicole durante gli anni ’70. A catturare definitivamente la mia attenzione, però, è la foto in bianco e nero di un uomo con i baffi: un ritratto che si ripete identico e ipnotico tra gli scaffali dell’ufficio e che ritroverò, poco dopo, poggiato sul tavolo di un’altra stanza della casa, come un volto che si rifiuta di abbandonare la sua dimora.
Il Piano Superiore
Terminata l’esplorazione al piano terra, inizio a salire i gradini verso il piano superiore della villa abbandonata. Improvvisamente, mi assale una forte tachicardia; provo a razionalizzare, convincendomi che sia solo una suggestione visiva dovuta all’architettura severa e imponente della casa, ma l’aria si fa visibilmente più pesante. Mi ritrovo a camminare in un lungo corridoio dove, lateralmente, si susseguono stanze completamente spoglie. Tutte svuotate, eccetto una. Al suo interno, incassato nel muro, resiste un mobile color panna che custodisce ancora una vecchia televisione risalente alla fine degli anni ’50, un relitto tecnologico che sembra attendere un segnale che non arriverà mai.
Ed è proprio alle due estremità di questo asse che si consuma il contrasto più grande, dove la decadenza incontra la meraviglia.
Da un lato, maestose vetrate ad arco lasciano entrare una luce calda e radente, mentre la vegetazione esterna cerca di farsi strada prepotentemente attraverso i vetri rotti, come a voler riabbracciare la villa abbandonata. Dall’altro lato, una sorpresa d’autore: un immenso murales che copre l’intera parete, un racconto visivo dettagliato che illustra le attività, i campi e i cicli delle stagioni che un tempo scandivano la vita dell’azienda agricola.
Non meno importante è lo snodo della scala, che custodisce un tesoro incredibile: un corrimano che è una vera e propria opera d’arte. Il manufatto è attribuibile ad Antonio D’Andrea, massimo esponente e maestro indiscusso del ferro battuto in Puglia, il cui segno distintivo – l’inconfondibile presenza di piccoli uccellini forgiati nel metallo e sparsi qua e là tra le volute – impreziosisce la struttura, legando indissolubilmente questa villa alla grande storia dell’artigianato artistico regionale.
Le Ombre del Passato
Eppure, lo splendore di questi dettagli non basta a scacciare l’oscurità che si respira tra le stanze. Quell’ansia fisica, quella tachicardia improvvisa che mi ha colpita sui gradini, ha trovato una spiegazione ben più profonda e dolorosa della semplice suggestione architettonica. Questa dimora, un tempo simbolo di operosità e prestigio, è stata purtroppo il teatro di due drammatiche vicende familiari: dopo la metà degli anni ’80, a pochi anni di distanza, due componenti della famiglia decisero di togliersi la vita proprio tra queste mura. Sapere che il perimetro del mio malessere coincideva esattamente con il luogo di un dolore così profondo toglie il fiato, lasciando addosso una strana forma di rispetto. La villa abbandonata resta un gioiello d’arte e memoria nel cuore del basso Salento, ma le sue stanze oggi custodiscono un silenzio solenne. Un silenzio ferito, che chiede soltanto di non essere più disturbato.
Testo e foto: Daniela Stabile – Urbex Salento
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L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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L’incipit di un racconto che non si vede l’ora di leggere tutto d’un fiato…