C’è un momento esatto, mentre ci si addentra nell’entroterra del basso Salento, in cui il paesaggio di muretti a secco e ulivi viene bruscamente interrotto da una cattedrale di cemento e lamiera. A pochissimi chilometri da Santa Maria di Leuca, sorge uno dei monumenti più imponenti dell’archeologia industriale salentina: l’ex calzaturificio Filanto. Per un esploratore urbano, questo non è semplicemente un calzaturificio abbandonato. È una capsula del tempo, il relitto di un’epoca in cui il Salento si guadagnò il soprannome di “tacco d’Italia” non solo per la sua geografia, ma per la sua incredibile produzione manifatturiera.

Per capire cosa si prova a camminare oggi tra queste macerie, bisogna fare un salto indietro agli anni ’70 e ’80. Fondato dal pioniere dell’industria salentina Antonio Filograna, il gruppo Filanto è stato un colosso assoluto, capace di produrre decine di migliaia di scarpe al giorno ed esportarle in tutto il globo. Lo stabilimento era uno dei nodi cruciali di questa rete. Diede lavoro a centinaia di operai della zona, trasformando un’economia prettamente agricola in industriale. Poi, la crisi degli anni 2000, la delocalizzazione e l’inevitabile declino. I cancelli si sono chiusi, i macchinari si sono fermati e il silenzio ha preso il sopravvento.
Varcare il perimetro dell’ex Filanto significa entrare in una dimensionale sospesa.
Il blocco degli uffici amministrativi e della direzione era la vera porta d’ingresso alla memoria storica del calzaturificio abbandonato. Poggiati sul bancone della reception si trovavano ancora i vecchi registri delle visite e le chiavi degli uffici, mentre ai muri erano appese con orgoglio le foto dei reparti produttivi. Poco più in là, crollata a terra tra le macerie e i calcinacci, la storica insegna con il nome dell’azienda, ormai distrutta, quasi a simboleggiare la fine di un’era.
Scendendo al piano inferiore, un cancello di sicurezza, ormai scardinato e divelto, custodiva invano la memoria creativa della fabbrica: a terra si rincorrevano schede tecniche di lavorazione, fotografie commerciali dei prodotti e frammenti dei vecchi campionari che un tempo venivano mostrati ai buyer di tutto il mondo.
Lasciata alle spalle la palazzina direzionale, il percorso si sposta verso i veri e propri capannoni di produzione. L’architettura di questo calzaturificio abbandonato è tipica del funzionalismo industriale: immensi capannoni con coperture a dente di sega (i cosiddetti tetti a shed) progettati per catturare quanta più luce naturale possibile. Sotto queste campate dove un tempo risuonava il rumore assordante dei macchinari e delle presse, regna un silenzio irreale, interrotto solo dal fischio del vento e dai passi che calpestano i detriti. In alcuni angoli reconditi dello stabilimento si possono ancora trovare scarti di lavorazione: suole di gomma mai assemblate, strisce di pelle e vecchi pantoni sparsi per terra. Nei capannoni si vedono ancora gli spogliatoi, posizionati in fila uno accanto all’altro; per terra i cestini buttano fuori documenti come i moduli delle detrazioni fiscali dei dipendenti.
Continuando il percorso, su un banco da lavoro, compare l’ultimo riferimento temporale di questo calzaturificio abbandonato: un giornale religioso che riporta la data del 1995, ultimo atto prima del silenzio.
La storia di questo gigante di cemento è cambiata radicalmente a marzo 2023, quando sono ufficialmente partiti i lavori di abbattimento della struttura. La decisione di demolire l’ex fabbrica è stata accolta con favore dall’amministrazione comunale nell’ottica di una riqualificazione dell’area.
Le immagini scattate nel 2021 restano oggi l’ultimo documento visivo di un colosso che non esiste più. Un reportage che non racconta solo la fine di un edificio, ma il passaggio definitivo di una terra che, dopo aver calzato il mondo, sceglie di ripartire dalla propria storia più antica.
Testo e foto: Daniela Stabile – Urbex Salento
Se questo calzaturificio abbandonato ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di industrie e fabbriche abbandonate. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati in Puglia?
L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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