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Una cascina abbandonata e le memorie del territorio. Ci sono luoghi che, appena varcata la soglia, riescono ancora a raccontare qualcosa. Non attraverso le parole, ma tramite il silenzio, gli oggetti dimenticati, la polvere depositata lentamente sulle vite di chi li ha abitati.

Questa esplorazione ci porta in un piccolo borgo della Liguria di levante, dove sopravvive o forse sarebbe più corretto dire resisteva un antico complesso residenziale ormai divorato dal tempo. Anche nel suo stato di abbandono è impossibile non percepire l’importanza che questo luogo doveva avere in passato. La proprietà comprendeva la residenza principale di una nobile famiglia locale, le abitazioni del fattore e dei braccianti, magazzini agricoli affacciati su una grande corte interna. Nel cortile si trova ancora un edificio sorprendentemente ben conservato, probabilmente una cappella privata. Due edicole votive disseminate nel complesso confermano la forte componente religiosa della tenuta, che un tempo comprendeva anche giardini ornamentali e fontane. Poi, come accaduto a molti edifici storici italiani, nella seconda metà del Novecento iniziò il lento declino. Con il progressivo spopolamento e l’abbandono delle campagne, la proprietà cambiò destinazione e proprietari. Per un periodo passò nelle mani di una società ittica genovese, anch’essa poi fallita. Da quel momento il degrado divenne inarrestabile. Nel corso degli anni si sono susseguite aste, tentativi di vendita e progetti di recupero mai realmente concretizzati. Le aziende coinvolte fallivano ancora prima di iniziare i lavori. Un destino crudele, ma purtroppo comune. L’accesso avviene da un ingresso secondario sul retro della costruzione principale.

Un vecchio portone pende ancora sbilenco sui cardini arrugginiti, quasi sospeso tra il voler resistere e il cedere definitivamente. Varcandolo si entra al piano terra della casa dimenticata. Per un periodo questi ambienti erano stati utilizzati dalla pro loco del paese. Alcuni vecchi volantini, cartelloni scoloriti e manifesti dimenticati sulle pareti testimoniano quel tentativo di riportare vita all’interno della struttura. Salendo le scale traballanti si raggiunge la stanza più suggestiva dell’intera abitazione: la grande sala centrale. Qui il tempo sembra essersi fermato all’improvviso. Al centro della stanza un vaso di fiori ormai secchi domina ancora il grande tavolo. Su un carrello porta-tv sono rimaste alcune bottiglie di liquore insieme a eleganti bicchieri di cristallo.
La sensazione è fortissima: sembra che i proprietari si siano assentati improvvisamente, convinti di poter tornare da un momento all’altro. Davanti a scene come questa è impossibile non immaginare le vite trascorse tra quelle mura. Le conversazioni, le cene di famiglia, le feste, i litigi, le attese. La cascina abbandonata, come le case dimenticate, non custodiscono soltanto oggetti, custodiscono frammenti di esistenze.
Nella cucina in muratura, ormai invasa dai calcinacci, trovo invece qualcosa di profondamente inquietante. Dentro una culla sfondata, tra polvere e ragnatele, una vecchia bambola sembra fissarmi nel silenzio della stanza. Non mi considero una persona facilmente impressionabile.

L’esplorazione urbana porta spesso ad affrontare ambienti decadenti e atmosfere particolari, come nel caso di questa cascina abbandonata. Eppure quella presenza inattesa riesce comunque a trasmettermi un forte disagio. Alcuni luoghi sembrano trattenere emozioni difficili da spiegare razionalmente.

Su una porta interna una piccola targhetta in ottone aggiunge un ulteriore tassello alla storia dell’edificio: questa abitazione era stata anche la residenza del medico del paese. Generazioni di abitanti avranno bussato a quella porta.
Proseguendo l’esplorazione mi accorgo però che diverse aree della struttura risultano gravemente compromesse. Solai deformati, crepe profonde, muri instabili. In questi casi la prudenza deve sempre avere la priorità sulla curiosità, e scelgo quindi di non avventurarmi nelle zone più degradate. Una decisione che, col senno di poi, si rivelerà più che giustificata.
Qualche mese dopo aver visitato questa cascina abbandonata, le pareti che avevo attraversato sono crollate. Non lentamente, come ci si potrebbe aspettare da un edificio che si consuma nel tempo. Di colpo, nel buio delle tre di notte, con un boato che ha svegliato il paese e tranciato i cavi della luce. Due crolli distinti, il secondo più violento del primo. Fortunatamente nessuna vittima. Ma quella scuola elementare lì vicino, quegli abitanti che da anni guardavano quella struttura con il fiato sospeso  avevano ragione a temere. Io ero stato lì. Avevo camminato su quei solai. Avevo fotografato quei fiori secchi, quella bambola, quella targhetta di ottone.

Per chi pratica urbex, episodi come questo rappresentano perfettamente il senso profondo della documentazione che realizziamo. L’esplorazione urbana viene spesso fraintesa: ridotta ad adrenalina, a trespassing, a estetica del degrado fine a se stessa. Ma non è così, o almeno non dovrebbe esserlo. Ogni fotografia scattata in questi luoghi è un atto di resistenza silenziosa contro l’oblio. È il tentativo ostinato di dire: questo esisteva, e meritava di essere ricordato. Documentare significa anche assumersi una responsabilità. Significa osservare con occhi che non si limitano a cercare la bella inquadratura, ma che leggono le crepe nei muri, i solai che cedono, i segnali di pericolo che le istituzioni fingono di non vedere. Significa portare fuori, attraverso le immagini, ciò che altrimenti resterebbe sepolto nel silenzio di una periferia, di un borgo spopolato, di una strada che nessuno percorre più.
A volte qualcuno ascolta. Un’amministrazione si muove, un privato acquista e restaura, un edificio viene sottratto alla sua condanna.
Ma più spesso, molto più spesso, si arriva tardi.
Lo stato è già troppo compromesso. I fondi non ci sono. La volontà manca. E allora rimangono solo le fotografie. Le fotografie che accompagnano questo articolo non sono soltanto immagini di un luogo dimenticato. Sono le ultime fotografie che esistono di questa cascina abbandonata. L’unica prova che quelle stanze hanno avuto una vita, che qualcuno le ha abitate, amate, attraversate. Che un medico di paese ha aperto quella porta per generazioni. Che una famiglia ha cenato intorno a quel tavolo, ha lasciato quei bicchieri di cristallo come se stesse per tornare. Non è tornato nessuno. E adesso non c’è più nemmeno la casa ad aspettare.
Resta solo la luce catturata in un istante,, l’unica forma di eternità che possiamo ancora offrire a ciò che il tempo ha deciso di cancellare.

Se questa cascina abbandonata ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di masserie, fattorie e luoghi simili abbandonati. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati in Liguria?

L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
I luoghi che noi di Ascosi Lasciti esploriamo e documentiamo, seppure omettendone volutamente alcune informazioni a fini di tutela, spesso risultano pericolosi o inagibili: raccomandiamo di NON VISITARLI autonomamente, ma di seguirci solo attraverso i nostri reportage. Per prendere parte attiva senza rischi a questa missione, iscriviti al nostro gruppo, oppure, se l’impegno che vuoi prestare è maggiore, supporta l’associazione omonima tesserandoti. Potrai beneficiare di contenuti esclusivi e materiale inedito.

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