Il suo nome, dal suono un po’ sinistro, appare in mappe e documenti della fine del Settecento. Una grossa casa fatiscente a più piani, costruita seguendo l’andamento collinare scosceso tipico della Liguria di Levante con le fondamenta rastremate verso l’alto poggianti in parte sulla nuda roccia. L’architettura semplice ma imponente ricorda un po’ le grandi case padronali di campagna.
A livello della carrozzabile il portone principale della casa fatiscente si apriva su di un piccolo giardino con panchine in pietra, a lato, delle scalette scendevano ad un secondo accesso voltato dove di fronte alla porta d’ingresso si trovava un’altra porticina che, con nostra sorpresa, scoprimmo condurre alla cappella di famiglia. Poco distante si ergeva un piccolo edificio adibito a magazzino e pollaio.

Visitammo la casa fatiscente un giorno d’estate accompagnate dal frinire delle cicale e dal rumore di qualche sporadica auto di passaggio nella strada sottostante.
Impossibilitate ad accedere dall’ingresso principale per il crollo del pavimento di due stanze attigue, ci dirigemmo al piano sottostante e da lì, mediante delle graziose scale interne, riuscimmo a visitare interamente l’edificio. La luce filtrava a malapena ed accese le torce fummo letteralmente accolte da piccoli e spaventati pipistrelli che con i loro volteggi sembravano volerci accompagnare nella visita di quella che ormai era diventata la loro abitazione. Il piano mediano era composto da alcune stanze perlopiù spoglie, in una di esse si trovava ancora una malconcia libreria ed un tavolo con qualche volume sparso qua e là.
In un vano alcune scalette in pietra ci condussero in una suggestiva cantina in pietra a vista, caratterizzata da archi e volte, dove i raggi del sole filtrando dalle diverse finestrelle la illuminavano perfettamente. In una stanza, accanto a bottiglie e damigiane accatastate sul pavimento, notammo una piccola botola probabilmente riconducibile alla vecchia cisterna.
La scala di questa bellissima casa elegante e al contempo fatiscente ci portò ai piani superiori. I gradini, in ardesia ed un ombrellino panna, di fattura ottocentesca, rimasto appoggiato al muro a metà rampa, sembravano attendere il tocco della sbadata padrona di casa uscita di fretta. Dal pianerottolo, arredato con grossi armadi in noce, si accedeva al salone con camino, pochi mobili adornavano la stanza, un tavolo, una cassettiera ed una elegante poltrona in velluto ocra. Dalla sala, secondo la disposizione tipica della casa genovese, si accedeva alle altre stanze. La camera da letto, l’unica zona rimasta praticamente intatta, fu quella che ci emozionò di più, gli abiti adagiati sulla spalliera del letto, vecchie fotografie incorniciate da antichi portafoto e diversi oggetti di uso comune posati sul comò ci catapultarono in un’altra epoca.
La cucina con il pavimento in cotto, una tavola con la tovaglia a quadri ed un calendario del 2011 a segnare la data del presunto abbandono.
All’ultimo piano si trovavano le stanze di servizio con pavimento in legno, nel pianerottolo, in un angolo fra due finestre, era stata strategicamente posizionata una bella macchina da cucire illuminata dal sole fino alle ultime ore del giorno. Su di un mobiletto trovava posto un vecchio telefono ed un portafoto riccamente decorato, a terra erano sparpagliate carte da gioco e diversi altri giochi di società.
La cappella fu l’ultimo vano che esplorammo, rimasi colpita dal soffitto a volta decorato con piccole stelle su un cielo azzurro ormai scolorito, essa conservava ancora un massiccio altare in marmo, una consunta panca in legno e l’acquasantiera. Nell’ultimo periodo fu probabilmente riconvertita in una stanza ad uso agricolo vista la presenza di un tavolone per sgranare le pannocchie e diversi tutoli di mais a terra.
Una volta a casa, grazie al ritrovamento di una cartolina con il nome della famiglia, mi misi alla ricerca di notizie storiche sull’edificio e con mia grande sorpresa venni a conoscenza di un singolare fatto che interessò un membro della famiglia. Il testo che raccontava l’intera vicenda era lungo e complesso, mi limiterò quindi a riportarne i fatti salienti.

Siamo alla fine del Settecento, la casa era abitata da una famiglia di origine contadina composta da padre, madre e quattro figli maschi. I genitori ,pur di far studiare i figli in Seminario, si impoverirono riuscendo, nonostante tutto, a mantenere la casa. Il primogenito divenne chirurgo, il secondo prete, il terzo pur essendo avviato al notariato non riuscì a terminare gli studi, mentre il quarto seguì le orme del padre diventando contadino. Verso l’inizio dell’Ottocento i primi due figli si stabilirono a Genova nella speranza di far fortuna, seguiti dal terzo fratello che, con il tempo, riuscì a diventare sottosegretario nella Prefettura, permettendosi anche di studiare e praticare scherma. Il 1834 fu l’anno del primo fallimento insurrezionale garibaldino con gli arresti di alcuni tumultuosi e la fuga di Garibaldi verso la Francia. La mattina del 15 febbraio dello stesso anno però accadde un fatto insolito nella casa genovese dove risiedevano due dei tre fratelli (il chirurgo si era già allontanato da tempo). Le forze di polizia, sospettando un coinvolgimento del giovane sottosegretario nella rivolta appena conclusasi, lo catturarono conducendolo nelle carceri di San Giorgio. Sospetti alimentati anche dalle affermazioni dei curiosi vicini che riferirono di aver visto la sera prima il sottosegretario rientrare in casa piuttosto agitato, per nascondere delle carte in un buco dell’abitazione, mentre il fratello prete sarebbe uscito di casa a tarda notte vestito da borghese per non essere riconosciuto. La polizia nella speranza di riuscire a scoprire i fautori della fallita congiura sottopose il prigioniero a diversi interrogatori e perquisì l’abitazione recuperando le carte nascoste. Dai documenti ritrovati si venne a sapere che esso era coinvolto nei Carbonari e nei Mazziniani ma nonostante tutto venne assolto a formula piena, certamente anche grazie ad un’abile difesa. Esiliato per dieci anni fece ritorno a Genova e visitò la casa paterna, dove probabilmente vi morì nel 1851.
Un edificio affascinante custode di una vicenda rimasta nascosta fra le pagine di un antico libro di storia locale, un luogo che forse ci stava aspettando per farci ritrovare quell’unica vecchia cartolina in grado di svelare quel curioso fatto storico che vide protagonista uno dei suoi abitanti nel lontano 1834.
Se questa casa fatiscente ha stuzzicato la tua curiosità, ecco una lista di ville abbandonate. Altrimenti perché non esplorare virtualmente altri luoghi abbandonati della Liguria?
L’obiettivo dell’esplorazione è toccare il fondo e la cima, toccare… per vedere se la porta si apre.
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Elena Ponte


